Tra crisi e speranzaMarco Vitale al convegno dell'Ucid mantovana: «La crisi è di natura etica,
ma non si vuole ammetterlo. Bisogna passare all'economia sociale
di mercato che è in linea con la Dottrina sociale della Chiesa» di Lorenzo Vecchia
Crisi e speranza: di questo si è discusso sabato scorso, durante il convegno che è stato promosso dall’Ucid, e del cui esito pubblichiamo un ampio resoconto a pagina 6 della presente edizione. Le imprese hanno qualche speranza di uscire dalle gravi difficoltà nelle quali si dibattono ormai da parecchi mesi? Bèh, se sono loro, per prime, a metterci un po’ di speranza, accompagnata dal coraggio, e da un forte senso di responsabilità, sì, possono farcela… Perché dopo un “calvario”, arriva sempre una “resurrezione”. Questo è il messaggio scaturito dall’incontro. Ma per superare la crisi (e tutto ciò che ne consegue), occorre innanzitutto non ripetere gli errori del passato! Uno dei relatori intervenuti, il prof. Marco Vitale, per spiegare ciò che oggi vede “sul campo”, ha citato i pensieri di Andrew Grove (tra i fondatori e presidente della “Intel Corporation”), che ha detto: «Le cattive imprese vengono distrutte dalla crisi, quelle “buone” riescono a sopravvivere, e quelle di qualità eccellente, ne escono addirittura rafforzate e migliorate!». Sarà proprio così? In verità, tutti si rischia, quando si pagano anche gli sbagli commessi da altri, che hanno una grossa “ricaduta generale”.
Tuttavia, l’assunto di Grove può essere in buona parte veritiero: «Indubbiamente, – ha detto Vitale – la crisi ha scatenato una selezione di tipo darwiniano, di un’intensità tale che non si era mai visto nulla di simile. Chi era più “forte”, in genere ha resistito. Ma che cosa vuole dire “buona” o “cattiva” azienda? La buona azienda è quella che si è preparata anche per fronteggiare l’eventuale arrivo dei cattivi tempi. Perché così la crisi non la coglie di sorpresa. Ciò significa anche agire con umiltà, seguendo sempre determinati valori e princìpi, e rifuggire da quell’assurdo atteggiamento del “credersi invincibili e infallibili”, che purtroppo numerosi imprenditori hanno e mantengono… Bisogna vedere le debolezze che sovente non si vogliono vedere e ammettere, e pure intuire quei pericoli che si possono profilare all’orizzonte, e che invece, troppo spesso, non percepiamo o fingiamo di non cogliere. Questo è fondamentale. Chi riesce a fare questo, è in grado di reggere meglio alle “bufere”, e di superarle pressoché indenne!».
Gravemente sciocco, nell’opinione di Vitale, è il tentativo di (mal)celare la verità, i fatti, ficcando la testa sotto la sabbia: «Sarebbe un bel guaio se ci convincessimo che la crisi è soltanto il frutto di alcuni sbagli tecnici. Al contrario, è profonda, endemica, endogena, strutturale, globale, di proporzioni gigantesche, e soprattutto di natura etica e morale. Mette in discussione un certo modo di “fare impresa”, e di fare economia.
Non è nemmeno vero, – ha continuato Vitale – che fosse un crisi imprevedibile. Per la sua natura, appunto, era qualcosa che ci si doveva attendere. Già se l’aspettavano, molti anni fa, studiosi come Ezra Pound, che aveva stigmatizzato le insidie celate nel sistema bancario, e come Luigi Einaudi, che negli anni Venti, tra l’altro, concluse un suo intervento con le seguenti parole: “All’infuori del Catechismo di Santa Romana Chiesa, non vi è alcuna salvezza. Dalla crisi non si può uscire, se non allontanandosi dal vizio, e praticando le virtù!”. In questi anni, si è fatto esattamente l’inverso…».
Possibilità di recuperare… ce ne saranno? La risposta è positiva, ma ad una precisa condizione: che si riconosca appunto la verità di quanto è successo. Serve coraggio, e non è facile. Però è essenziale: «La maggioranza degli economisti accademici, non ha questo coraggio! – ha osservato Vitale – Non si vuole ammettere ufficialmente che vi è una correlazione tra la crisi, e il rapporto tra vizi e virtù. Su questo, non si fa alcuna analisi seria e lucida. Ci si limita a esaminare gli aspetti tecnici: ma se si sapeva che i problemi risiedevano nelle questioni tecniche, perché non si è corretto tutto prima?».
LA FUGA
DAL “CALVARIO”
Il tema etico-morale, non lo si affronta. L’elemento comportamentale, relativo agli stili di vita, non viene preso in considerazione. Del modo in cui vengono concepite le imprese, della nozione e concezione che si ha del “fare economia”, nessuno parla. Di alcune problematiche specifiche, come il fatto che questa crisi non sia legata a fattori esterni, o come la pochezza dei sistemi e del management bancario (nel valutare, per esempio, certi rischi), o come gli errori (consapevoli?) commessi dalla varie società di rating, anche di questo non si discute, anche su questo vige il silenzio più assoluto. Perfino negli Stati Uniti, dove abitualmente si è generosi nel “lasciar fare”, ma dopo anche duri nel punire chi trascende ed esagera nello speculare, con l’inganno, questa volta non si sta facendo pagare nulla a quanti hanno commesso degli errori evidenti…
«La verità, – ha rimarcato Vitale – è che stiamo assistendo a un grande fuggi-fuggi dal “calvario”! Non si ha insomma alcuna intenzione di affrontare la “sofferenza” del dover cambiare. E quindi, si cerca di impedire che il cittadino comprenda veramente ciò che è accaduto. I nemici della comprensione corretta, sono di 6 specie diverse: ci sono i “minimalisti”, come Alan Greenspan, o Vernon Smith, vincitore di un Premio Nobel, che tendono a minimizzare, e parlano di piccole ragioni tecniche, impossibili da prevedere, anziché di auteniche disfunzioni di fondo, peraltro previste da numerosi operatori economici, ma non dagli economisti accademici; ci sono i cosiddetti “congiunturalisti”, come alcuni uomini del Governo, e la presidente di Confindustria, che sostengono che la congiuntura sfavorevole sta per finire, e si consolano così. Ma non aiutano a capire e rendersi conto che invece la crisi più dura deve ancora arrivare.
Poi ci sono i “talebani del mercato”, che credono tuttora che il mercato sia Dio, che si auto-regola e metterà tutto a posto automaticamente… Per fortuna, però, sono rimasti in pochi. Poi ci sono gli “agevolisti”, quelli che pensano di risolvere e di superare i problemi, a suon di agevolazioni per questo e quel settore. Fra questi, che sono tanti, c’è anche Pierluigi Bersani. Sono convinti che le conseguenze di una crisi del genere, possa essere gestita con qualche intervento-trucco, i consueti “giochetti di prestigio”. Purtroppo, questa è una “droga intellettuale” piuttosto diffusa e potente…
Ci sono poi i “nihilisti” interessati, che pensano che presto passerà tutto, e ogni cosa tornerà uguale a prima (dicono: “è il capitalismo, bellezza!”). E per finire, ci sono gli statalisti, cioè quelli persuasi che si tornerà indietro agli anni Settanta, il che sarebbe una sciagura. Questi gioiscono, – ha concluso Vitale – perché di fatto, con i Governi che hanno immesso parecchio denaro nel privato, per drenare le perdite, è accaduto che si è nazionalizzata una porzione ingente del sistema bancario mondiale. Giusto, non si poteva fare altrimenti. Ma non so se ci si debba rallegrare. Non è veramente il fallimento del libero mercato, e non è che si ritornerà agli anni Settanta, a mio avviso orrendi. Piuttosto, occorre domandarsi che cosa provocherà il forzato ingresso degli Stati nei capitali delle imprese. Si sono distolti soldi da altri investimenti, arriverà un’inflazione pazzesca, crescerà il debito dei contribuenti, del presente e del futuro. C’è pure il pericolo di scardinare l’equilibrio e il rapporto tra Stato e mercato. Come sarà gestito il sistema bancario mezzo nazionalizzato. Obama ha asserito che il Governo è azionista della banca, però sarà assente dalla gestione: ma questa è irresponsabilità; si finisce con il lasciare tutto, un’altra volta, nelle mani dei manager senza scrupoli…».
Sarebbe paradossale, perfino quasi “delirante”. Abbiamo “impacchettato” il disastro per consegnarlo agli Stati, e questo era inevitabile (sebbene ci si chieda allora perchè debbano pagare i cittadini, e non chi si è arricchito truffando o, semplicemente, non facendo il suo dovere). Però una cosa del genere non deve più capitare. E perchè non capiti, occorre riportare il potere neo-feudale delle banche a un regime democratico: «Che sarà possibile, – ha affermato Vitale – solo se si abbandona l’ultra-capitalismo di matrice americana, che non è economia libera, bensì “di pirati”, per approdare a una “economia sociale di mercato”, di matrice europea, che è in sintonia con la Dottrina Sociale della Chiesa!».
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