Convegno promosso dall'Ucid virgiliana
Il Vescovo: «Occorre guardare avanti. Ma prima si devono riconoscere gli errori commessi…»
di Lorenzo Vecchia
Crisi e fede: di questo binomio si è parlato, nel pomeriggio di sabato scorso, presso la sede della Fondazione dell’Università di Mantova, in via Scarsellini 2, nel corso di un apposito incontro organizzato dall’Ucid virgiliana (l’Unione cristiana imprenditori e dirigenti).
L’argomento affrontato era per l’esattezza il seguente: “Il calvario come garanzia di sviluppo, e la crisi come opportunità di cambiamento”. Il primo aspetto di questo titolo è stato approfondito da un padre domenicano, cioè il prof. Giorgio Maria Carbone, direttore delle “Edizioni Studio Domenicano”, mentre il secondo relatore, il prof. Marco Vitale, noto economista d’impresa, si è occupato di sviluppare la seconda parte. Il compito di introdurre i lavori, è stato invece affidato al Vescovo di Mantova, mons. Roberto Busti. Come ha spiegato alla vigilia l’ing. Sandro Grespan, presidente dell’Ucid mantovana, l’obiettivo di questo convegno era chiaramente quello di offrire un po’ di speranza a tutti gli imprenditori e ai liberi professionisti, ovvero a coloro che operano nel mondo dell’impresa e delle attività economiche in genere, esortandoli a mantenere sempre lo stesso coraggio, a non “mollare”, a resistere, a non abbandonare appunto la speranza. Il coraggio, è infatti ciò che conduce inevitabilmente all’umiltà, e quindi alla capacità di ascoltare, alla disponibilità a cambiare, fino ad arrivare al cambiamento accettato, e addirittura voluto (sia a livello organizzativo, sia interiormente). D’altronde, come era emerso con forza nel corso del 4° “Convegno ecclesiale nazionale”, che si è svolto a Verona nel 2006, il cristiano non può essere tale, se non è un uomo di speranza. Così, lo diventa grazie all’opera dello “Spirito Santo” che abita in lui, e che prima ancora di renderlo “capace di compiere un gesto di speranza”, “lo fa” speranza, depositando nel suo cuore un germe di vita nuova che, secondo il progetto creato da Dio, riceverà un compimento. Divenuto egli stesso speranza, il cristiano vive e testimonia la speranza.
Il cristiano, inoltre, non spera soltanto per sé, bensì per il mondo intero, affermando che anche nelle situazioni più disperate, esiste una via d’uscita, c’è un riferimento che conduce a una meta posta al di là dell’apparente vuoto e del “non-senso” contingente.
Il cristiano spera, per sé e per gli altri, pure quando la realtà che lo circonda sembra opporre tutto il contrario. Però, tale speranza, è possibile solamente se si rimane uniti a Cristo, e se si riceve pertanto il suo Spirito, capace di ribaltare e di riaprire le tombe nelle quali ci si rifugia pieni di sospetti e di paure. Per questo si può sperare. Si tratta di un concetto che ovviamente vale per tutti e in qualsiasi momento. Ma oggi che si è di fronte a una crisi economica tanto profonda, quanto per molti aspetti inedita, sono in particolare gli operatori economici, gli imprenditori, ossia chi ha la responsabilità della conduzione di un’azienda, a dover evitare di venire sopraffatti dallo sconforto…
Non è tuttavia una cosa facile… L’ing. Grespan ha accennato rapidamente a questo fatto, nel passaggio di collegamento tra una relazione e l’altra, sottolineando che ogni periodo di crisi (che coinvolge le aziende, e dunque chi vi lavora, e le famiglie di tutti i lavoratori, e perciò un’intera comunità), porta alla solitudine dell’imprenditore: è la sensazione-condizione in cui, in questi frangenti, volenti o nolenti, ci si ritrova. Ed è qualcosa che ricorda assai da vicino l’angoscia che assale Gesù nell’Orto degli Ulivi, all’inizio del Calvario. Ma le affinità non si esauriscono qui: d’innanzi a una crisi, vi è la necessità di capire che cosa bisogna eliminare, quale parte dell’azienda si dimostra improduttiva, infruttifera (se non è addirittura uno spreco), e pertanto da “tagliare”. Si tratta di un’immagine che richiama alla mente la scena evangelica della vigna, dove, per rafforzare le piante, si parla di togliere i tralci secchi e inutili, e di potare invece i rami vivi e produttivi, mettendoli perciò nelle condizioni di incrementare i loro frutti.
Le possibili connessioni fra impresa e Vangelo, tra vita aziendale e vita spirituale, sono senza dubbio innumerevoli. Ciò che si evince dai due esempi citati, è comunque questo: la solitudine, si supera attraverso la condivisione, e la solidarietà manifestata dagli altri; gli uomini (e in questo caso, in primis gli imprenditori) devono mostrare il coraggio di affrontare (con speranza) e di dominare gli eventi negativi e contrari. Nel concreto, è questo il messaggio che ha voluto lanciare l’Ucid. Non c’è alcuna vicenda o situazione negativa, dalla quale non si possa trarre qualche cosa di “buono”, magari un insegnamento, un’idea, la spinta ad andare oltre, con un po’ di coraggio e volontà.
Perseveranza
e discernimento
Il concetto è stato ripreso anche dal Vescovo, durante il suo intervento, rifacendosi appunto al tema del “calvario quale garanzia di sviluppo”: «Questo accostamento, fra il termine “calvario”, da un lato, e le parole “economia” e “sviluppo”, dall’altra parte, è un po’ azzardato e da prendere con le molle. Ci starei un po’ alla larga, perché se vi è qualcosa di assolutamente lontano dai concetti di crisi e di sviluppo, – ha osservato mons. Busti – questo è proprio il “calvario”, tra l’altro attualmente poco di moda… Il calvario è il segno di qualcosa di non terreno, presuppone la Resurrezione, un evento che non compete all’uomo, e che per essere accettato richiede un’immane fatica, da parte degli umani. Non è facile credere che Gesù sia risorto, neppure quando il fatto è lì davanti ai nostri occhi. Ci vuole qualche cosa che va oltre l’immediatezza, e che si chiama fede. Tuttavia, il paragone tra calvario e sviluppo, – ha proseguito il Vescovo – è anche carico di significato. Ci fa capire che non c’è alcuna sconfitta da cui non si possa risorgere. E non si tratta di un semplice ottimismo di facciata: si tratta semmai di autentica speranza, che è una virtù tipicamente cristiana, e che presuppone prima di tutto la disponibilità a mettersi in discussione, e ad ammettere gli errori commessi!».
Oggi che è stato eroso il senso del “bene comune” (che non attrae più, e che è stato ridotto alla sommatoria dei beni materiali dei singoli), oggi che i comportamenti e gli stili di vita appaiono completamente improntati sull’individualismo, divenuto oramai il metro di qualunque scelta (come se l’altruismo appartenesse a un’epoca conclusa, o alla sfera aleatoria del cosiddetto “buonismo”, rispetto al quale, però, non è mai stato coniato l’opposto, ovvero il termine “cattivismo”…), oggi che la ricchezza media del pianeta è aumentata, ma pagando un prezzo salato a favore della disuguaglianza (non vi è alcuna equità, anzi, è cresciuta la distanza tra i Paesi ricchi e quelli poveri, e ciò sta determinando le imponenti migrazioni di massa…), oggi è arrivato il tempo della responsabilità: ossia, occorre l’onestà intellettuale di riconoscere gli sbagli effettuati.
«Sono sbagli che attengono sia al piano del metodo, sia a questioni di merito, – ha continuato il Vescovo – Bisogna ripristinare il valore del bene comune, che si misura sulla base della reale distribuzione della ricchezza e dell’accesso ai servizi. Sì, oggi è doveroso guardare e andare avanti, ma senza esorcizzare le difficoltà, o dimenticare e coprire gli errori. Le difficoltà vanno affrontate, messe sulle spalle; la perseveranza e il sapiente discernimento sono ciò che deve guidare e orientare la nostra azione, tutta intrisa di speranza, e proiettata al futuro. Perché in passato, troppe volte sono mancate le prospettive. Si avevano solo dei traguardi di cartone, degli obiettivi intossicati, che non erano altro che paesaggi cinematografici inconsistenti. E a lungo, abbiamo voluto rincorrere i colpevoli di questo, cercando di emularli… Ora si deve cambiare strada, e speriamo di non essere i soli, di non trovarci in pochi, sulla strada di tale speranza!».
In pratica, al limite, gli errori ci possono anche stare: ma quello che conta è ammetterli, e farli fruttare. A maggior ragione, quando gli errori sono, più che tecnici, di stampo e di natura etica: «L’importante, è non mettere la testa sotto la sabbia… – ha dichiarato Vitale – Guai a pensare, come fa qualcuno, che la causa della crisi risieda soltanto in qualche sbaglio tecnico. No, è profonda, radicata, endemica, e mette in discussione il sistema, un certo modo di “fare impresa” che si è consolidato negli ultimi anni. E che faceva presagire quello che in effetti è avvenuto… Perché non è vero che questa crisi era del tutto imprevedibile. Già Ezra pound, nel 1944, aveva descritto il meccanismo fondamentale della crisi, individuandone il perno nelle insidie bancarie. E aveva visto giusto, purtroppo…».
Il “Calvario” è una svolta:
l’inizio, non la fine di tutto
Il compito di spiegare come da un danno subìto, o da una sofferenza, possa nascere un frutto, è toccato a padre Giorgio Maria Carbone, che nella sua lunga relazione ha illustrato varie analogie tra la vita e la Passione di Cristo, e l’attività imprenditoriale, partendo da 7 “tappe” del Calvario, dall’inizio sino alla fine (cioè alla Crocifissione). Attraverso le parole e le espressioni pronunciate da Gesù, in corrispondenza di questi 7 momenti, l’esperto di Teologia ha sostenuto che il “Calvario” costituisce il luogo in cui Gesù stesso rivela e svela la sua vera “identità doppia”, di uomo e di Dio, leader e guida, ossia apri-pista di ogni nuovo intraprendere. Ed è anche il luogo dove si scopre e si afferma la perfetta coesione, la comunione, la convivenza, nonché il posto da cui, in quanto sopra-elevato (e Gesù è ancora più in alto, sulla Croce…), si vede meglio e diversamente, si discerne con nitidezza, l’intero disegno divino. Lo si ritiene un luogo di morte: però, in realtà, nel Vangelo, durante la Passione, non si parla mai di morire, bensì di spirare (ovvero, lasciar partire lo spirito). Vuole dire che la morte non è una catastrofe: è una svolta, l’inizio di tutto. Trasportato nella realtà della crisi aziendale, tutto ciò assume una valenza e una visione alquanto differenti, in confronto all’attuale disperazione diffusa. Restano molti quesiti da porsi, come ha rimarcato Carbone. Uno su tutti: l’azienda che ha vissuto e superato un “calvario”, avrà poi una durata eterna?
Come si favorisce la ripresa
A una crisi, subentra sempre la ripresa? Forse sì, se è vero che dopo un “calvario” c’è la resurrezione… Ma quando arriverà, la benedetta e tanto invocata ripresa? Questa è la domanda che il prof. Marco Vitale si sente rivolgere più spesso. Certo, del resto, è il quesito che ci arrovella tutti. Ma a suo parere, è un’altro l’interrogativo da porsi. Ci si deve chiedere cioè che cosa bisogna fare prima, ovverso adesso, per favorire questa ripresa. Ciò che occorre fare, è darsi un nuovo assetto economico. Però, la ripresa, e anche l’assetto rinnovato, non ci saranno, innanzitutto, se non verranno alla luce, in maniera completa, tutte le perdite che ci sono state (non tutto è emerso, e molte banche ancora tacciono e nascondono…). In secondo luogo, ripresa e nuovo assetto, non ci saranno, se non si creano dei nuovi equilibri a livello mondiale, dopo la rottura dell’equilibrio precedente (in particolare, serve un nuovo patto tra gli Stati Uniti e la Cina, che ora è il Paese che ha più risorse), e se non si smette di affrontare il problema con metodi e rimedi congiunturali, dal momento che si tratta invece di una crisi seria e strutturale.
Inoltre, secondo Vitale, è indispensabile non esaminare la crisi con un approccio un po’ falso (ovvero fingendo che non sia vero che il credito scarseggia), ed è necessario capire e rendersi conto che, in virtù delle “soluzioni” finora adottate, si sono gettate le basi per una prossima, grande, e storica… inflazione. Infine, un ulteriore elemento, di sicuro prioritario: si deve finalmente dire basta al “Pil” usato come unico parametro-termometro dello stato di salute o di malattia dell’economia. Quest’ultima, è fatta di tante altre componenti, e non solo di produzione materiale…
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